Aprile.
Amélie Nothomb e il privilegio dell’arte.
Ad aprile, la Carovana Letteraria si è addentrata nel meraviglioso mondo di Amélie. Ecco cosa abbiamo estrapolato da Igiene dell’assassino, e qualche riflessione su arte e privilegio partendo dalla biografia dell’autrice.
Igiene dell’assassino è un romanzo strano.
Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, ambientato in un’unica stanza, dovrebbe essere un thriller psicologico ma ne riscrive completamente i canoni. Un po’ fa ridere, un po’ fa salire la claustrofobia, un po’ vorresti picchiare il protagonista, l’enorme e moribondo Prétextat Tach.
L’intero libro può essere visto come un duello verbale, che il protagonista, uno scrittore premio Nobel in punto di morte, domina nella prima parte (quando sbaraglia quattro poveri giornalisti ignari), e che diventa sempre più serrato nella seconda metà. A tenergli testa è l’unica giornalista donna, una sorta di contrappasso considerate le posizioni pesantemente misogine di Tach; mentre i primi 4 si approcciano all’intervista con fare adulatorio, principalmente in cerca di scoop, lei ha un motivo ben preciso.
Che non vi dico, altrimenti vi spoilero il libro.
Facendo un po’ di ricerca su Amélie Nothomb, ho scoperto un paio di cose interessanti.
Intanto, ha un titolo nobiliare: è baronessa. Poi, è figlia di un diplomatico di alto rango. Infine, ha passato la giovinezza viaggiando tra Cina, Giappone, New York e chi più ne ha più ne metta, venendo in contatto con culture diverse e frequentando le migliori scuole.
Tutto questo mi ha fatta riflettere sul settore artistico e su cosa serva per vivere di scrittura, oggi.
Volevo fare una premessa doverosa, visto che viviamo in un’epoca di estremismi e posizioni polarizzanti. Io apprezzo molto la Nothomb, la reputo una grande scrittrice dal talento innegabile e dalla visione unica. La riflessione che segue non vuole in alcun modo sminuirla, né essere un attacco alla sua figura.
È però innegabile che Amélie Nothomb venga da una situazione di privilegio, sia economico che culturale, che le ha permesso non solo di coltivare e sviluppare il suo talento, ma anche di provare fino in fondo a intraprendere la strada della scrittura.
Di recente ho letto un bellissimo articolo di Turisti della realtà che riflette su come il mondo della cultura imponga ai suoi lavoratori di non pensare ai soldi. Non è un settore che paga abbastanza per vivere: devi farlo per passione, per vocazione, per pura spinta dell’animo. Ma se non paga, come si fa? Le soluzioni sono tre:
Se vieni da una situazione di privilegio, puoi permetterti di farlo gratis, o per due spicci. E magari, avendo la possibilità di insistere, alla fine avrai successo.
Se non vieni da una situazione di privilegio, ti restano solo due strade. La prima è lasciar perdere.
La seconda è avere un lavoro vero durante la giornata, e dedicarti all’arte nel tempo libero. Trattarla, insomma, come un hobby. Perché di certo non è un vero lavoro.
Vi consiglio di leggere tutto l’articolo perché è davvero ben fatto, e fornisce anche alcuni suggerimenti di saggi sull’argomento.
Per questa riflessione sono partita dal mondo della scrittura e dell’editoria, ma si applica a tutti i campi artistici. Che tu sia scrittore, poeta, musicista, pittore o altro, se non sei ricco sarà molto, molto, molto difficile che tu possa dedicarti davvero a queste occupazioni. Perché la cultura non si mangia, figuriamoci l’arte.
Fare questo tipo di discorsi è sempre complicato, perché è un attimo che si cade in territori spinosi. Da un lato, c’è il rischio di sminuire chi ce l’ha fatta, liquidando talento e duro lavoro sotto l’onta del privilegio; dall’altro, c’è sempre chi è pronto ad attaccarti, a darti dell’invidioso, dell’hater, perché hai osato dire che diventare uno scrittore affermato è più semplice se non devi preoccuparti di pagare le bollette.
Ma riconoscere che qualcuno è partito da una situazione di privilegio non significa attaccarlo, né sminuirne il talento e il lavoro. Vuol dire semplicemente realizzare che, spesso, chi ce la fa è solo il più meritevole tra chi poteva permettersi di provarci.



io totale nella terza strada, che finisco ad avere un lavoro che non mi piace per 40 ore a settimana e strizzo le mie passioni (che vorrei fossero un lavoro) nel tempo restante. non ho ancora letto la nothomb ma una mia amica è la sua più grande fan. dovrò rimediare!
Amélie Nothomb è la mia scrittrice contemporanea preferita. Adoro i suoi dialoghi, il suo ritmo, le sue ossessioni. Ogni nuovo libro è un’evoluzione stilistica in più. È un’artista organica e in costante cammino e per questo una delle voci che resteranno di questa epoca.