Maggio.
Leggo, quindi resisto.
Un altro mese è andato, e questa volta la Carovana Letteraria ha intrapreso un viaggio doloroso: siamo andati in Iran con Leggere Lolita a Teheran, successo internazionale del 2003 di Azar Nafisi. Perché l’ho scelto? Perché il presente non si può mai isolare dal passato che l’ha preceduto, e quindi per capire cosa sta succedendo adesso, bisogna andare a sfogliare le pagine di quel che è successo prima.
Leggere Lolita a Teheran è un libro particolare, perché è difficile incasellarlo in un unico genere. Un po’ memoir, un po’ romanzo storico, un po’ saggio di critica letteraria, alterna denunce durissime al regime degli ayatollah a pagine meravigliose sui grandi scrittori dell’Occidente.
Il libro inizia con l’autrice che rinuncia al suo incarico all’Università di Teheran, dove insegnava Letteratura Inglese, a causa delle sempre più limitanti pressioni del regime. Decide di invitare le sue 7 migliori studentesse a un seminario di letteratura segreto a casa sua, dove potranno continuare a leggere i libri proibiti e discuterne insieme; questo seminario andrà avanti per anni, accompagnando sia l’autrice che le ragazze durante l’intensificarsi delle oppressioni del regime, la guerra con l’Iraq e le sempre crescenti difficoltà di vivere nel loro Paese.
I libri segnano diverse fasi della storia dell’Iran, dalle speranze della rivoluzione fino all’attonimento di fronte alla perdita di libertà sotto al regime. La Nafisi ripercorre vent’anni del Paese delle rose e degli usignoli, raccontandoci la storia attraverso gli autori che faceva leggere ai suoi studenti.
E quali sono questi autori? Jane Austen ed Henry James, Fitzgerald e soprattutto Nabokov (il quale ho scoperto che scriveva in inglese e viveva negli Stati Uniti, ed ecco spiegata la sua presenza nel curriculum di un corso di Letteratura Anglofona).
Leggere la storia dell’Iran è come una ferita, che porta a interrogarsi su questioni morali di un certo peso: gli ideali della Rivoluzione sono stati traditi? Come avrebbe potuto andare la storia? È meglio l’interventismo Occidentale o un regime teocratico? Come è stato possibile costringere un intero popolo ad accettare, pezzo dopo pezzo, la perdita di quasi ogni libertà? E soprattutto, fino a che punto possiamo capire veramente cosa significhi essere una donna a Teheran?
Io non ho risposte.
Leggere Lolita a Teheran a Baggio
C’è un tema ricorrente in tutte le opere di Azar Nafisi, ed è quello della letteratura come atto di resistenza. Secondo l’autrice, la letteratura gioca un ruolo importantissimo durante i momenti più critici, aiutando gli oppressi a trovare un modo per resistere. Non è solo evasione: è spazio di resistenza, all’interno del quale le regole del mondo esterno non possono raggiungerti.
In Leggere Lolita a Teheran, ci sono quattro dimensioni della letteratura come resistenza:
Intellettuale: perché grazie allo studio dei classici e al seminario segreto le donne continuano a pensare, confrontarsi e, soprattutto, sognare.
Culturale: perché tramite i libri scoprono la cultura occidentale, invece che demonizzarla. Possono continuare a essere curiose, a interfacciarsi con realtà diverse, a guardare al resto del mondo.
Valoriale: le protagoniste si ispirano a personaggi che il regime reputa immorali: Daisy Miller, Elizabeth Bennet, Cincinnatus C. Lolita, annullata e privata di ogni diritto da Humbert Humbert, che ne è padrone come di un oggetto, è ovviamente il personaggio in cui si rivedono di più; ma sognano le donne forti dei romanzi della Austen e di James, che rifiutano matrimoni e scelgono per loro stesse, o anche la vita dissoluta di Gatsby, che rappresenta un altro mondo, un’altra possibilità, un altro sogno.
Letteratura come spazio fisico di resistenza: durante i loro incontri segreti, le ragazze e l’insegnante possono togliersi il velo, mostrare abiti alla moda e unghie smaltate di rosso, parlare liberamente, criticare l’ayatollah, i mujaheddin, il censore cieco e tutti gli uomini che pretendono di comandarle, annullarle e possederle.
Ricordo di aver letto alle ragazze l’affermazione di Nabokov secondo cui «i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere» dice l’autrice in un passo del libro, e in un altro: Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l’unico rifugio che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me stessa che sentivo sempre più in pericolo.
Forse noi non possiamo capire cosa significhi vivere i libri come forma di resistenza da un regime, ma ognuno di noi avrà sperimentato una sorta di ribellione e di evasione nel leggere le nostre storie preferite. Se sì, fatemelo sapere nei commenti.
Per concludere il discorso su cosa significa leggere, vi lascio una riflessione della bravissima Lucia su come mettere la lettura al centro della nostra vita, e l’articolo di Elisa su Carrère e le sue opinioni sulla scrittura. Infine, ho trovato utilissima questa breve guida all’analisi letteraria per principianti.
La Carovana Letteraria fa tesoro di Azar Nafisi e riparte per il suo prossimo viaggio.




Mi hai fatto venire voglia di leggere questo libro, devo unirmi appena possibile al tuo club! E grazie della menzione, di fianco al lavoro di Elisa poi 🥲✨
Se prima avevo in mente di leggerlo, ora so che devo farlo assolutamente! Inoltre, trovo fondamentale leggere libri che parlano di persone che vivono in condizioni diverse dalla nostra: immedesimarsi in qualcuno che sta vivendo qualcosa di totalmente sconosciuto a noi. Penso che sia uno strumento potentissimo per aprire la mente e renderci conto di quante diverse storie esistano nel mondo. E forse può essere anche una spinta per provare a fare qualcosa per cambiarle. Grazie per questo articolo. ✨